“Meravigliosa esperienza”

Il colpo d’occhio che si riceve quando ci si affaccia sul ciglio della cava e si vede il resort è incantevole…ripristino ambientale davvero originale..una ex cava di tufo trasformata in resort e ricoperta di verde con piantumazioni mediterranee odorosissime..un vero paradiso con tanto di piscina e vasche jacuzzi (imperdibili al tramonto sorseggiando un cocktail) ..con teli forniti dalla struttura! Il design della struttura anche internamente non delude…già solo il pianerottolo sospeso in vetro è una chicca…tutto studiato in ogni minimo dettaglio…la parete di vetro opalino che separa la camera dal bagno..e le luci arancioni soffuse che la colorano….la poltroncina di design…le originali lampade "da comodino" sferiche che pendono dal soffitto…il fornitissimo set cortesia..il condizionatore eccellente…tutto adeguato ad un servizio 4 stelle. Le ragazze della reception sono di una gentilezza e disponibilità assoluta…( soprattutto Valentina)…prodighe di consigli e di attenzioni per gli ospiti. La colazione è una visione paradisiaca..con una ricchezza e varietà di dolce e salato che, neppure volendo, si riuscirebbe a provare completamente tanta e tale è l’ abbondanza dei tanti piatti esposti..fine pasticceria locale ..delle migliori…
Avevo letto con timore di qualcuno che si lamentava per la presenza di "estranei" in piscina..credo si riferisse agli ospiti dell’ Hotel delle Cave (dello stesso proprietario immagino ) ai quali veniva permesso di godere della piscina…(scelta opinabile in quanto l’hotel delle cave è un 3 stelle mentre il resort cave bianche è un 4 stelle, e sicuramente lo si sceglie, e si paga di più, per la sua esclusività e non si vorrebbe trovare poi magari troppa gente che strilla ed urla in piscina…ma la maleducazione non dipende dal numero di stelle della struttura nella quale si soggiorna..nel ns caso gli ospiti erano educati e qualche "cafone" era invece a 4 stelle…)..
Nonostante si trovi in una cava l’hotel è molto ben ventilato..anche a bordo piscina si sta davvero bene..e si gode il sole fino a pomeriggio inoltrato.
Ovviamente di giorno si gira la bellissima isola di Favignana e le sue calette (possibilmente in barca)…sconsiglio vivamente di farlo in bicicletta…serve almeno un motorino, l’isola è grande e il sole picchia forte…inoltre la sera a meno che non si abiti in centro non è illuminata..e quindi muoversi in bici può essere pericoloso..
Se si ha bisogno di un motorino consiglio di rivolgersi al Noleggio Egadi in piazza Castello (davanti al ristorante La Bettola) ….hanno prezzi onestissimi e sono di una gentilezza e disponibilità assoluta…per fortuna li abbiamo scoperti (casualmente) al secondo giorno ….ci siamo invece trovati molto male il primo giorno, appena arrivati, con il servizio di noleggio suggeritoci dall’ albergo..che oltre a praticare prezzi inspiegabilmente alti non offre veicoli di qualità..(e questo tipo di suggerimento scadente sinceramente da un resort 4 stelle non me lo aspettavo)..ad ogni modo una volta esposto il problema tutto lo staff dell’ hotel si è prodigato per risolvere la questione nel migliore dei modi…e ci è riuscito…quindi tutto si è risolto in maniera molto efficiente.
Insomma, soggiorno splendido…luogo incantevole….certo non economico..ma ogni tanto vale la pena viziarsi un po’…
Tornerei anche subito…

7 commenti a "“Meravigliosa esperienza”"

    Reggie scrive:

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    Anjii scrive:

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    Makaela scrive:

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    Neveah scrive:

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    Ajam scrive:

    Io sono ancora pif9 aiotrcrno di Rino e di Marchi almito del merito. Esso infatti non e8 solo una mistificazione dietro la quale si tutelano coloro chestanno in alto, ma e8 anche una ideologia che giustifica la diseguaglianza e il potere autoritarioindipendentemente dal fatto che la mobilite0 socialesia fattibile o meno. E’ un mito permanentemente diseducativo perche8 spinge gli uomini continuamente a lottare ognuno contro l’ altro per ottenere un compenso egoistico, che sia reale o immaginario. Rappresenta percif2 un’ imbarbarimento dell’ umanite0. Si dovrebbe ricostruire una mentalite0 alternativa che rimetta al centro la cooperazione tra gli uomini per il bene comune. Lavorare e studiare sono attivite0 che devono essere finalizzate a migliorare se stessi e gli altri. Se invece il fine e8 egoistico l’ umanite0 puf2 soltanto peggiorare. A questo riguardo, sul concetto di meritocrazia e sulle sue origini, vi linkoquanto segue:Archivio 2010 Aprile N. 118 L’inganno della meritocrazia L’inganno della meritocraziadi Mauro BoarelliLa meritocrazia e8 sulla bocca di tutti, a destra come a sinistra. In una societe0 come quella italiana, dove l’assenza di “merito” incancrenisce ogni articolazione della vita sociale e svilisce aspirazioni, competenze, passioni e idee, quale cittadino – indipendentemente dalle idee politiche professate – potrebbe essere pregiudizialmente ostile verso questo termine? Eppure e8 un termine ambiguo. Muta di senso a seconda di chi lo usa, ma al tempo stesso custodisce un insieme di significati non negoziabili che dovrebbero indurre a maneggiarlo con prudenza. Come ogni parola, anche questa non e8 neutrale. Va interrogata alla ricerca del senso profondo e delle sue implicazioni.Il lavoro di decodificazione e8 facilitato dal fatto che, in questo caso, il vocabolo ha una paternite0 accertata. Fu Michael Young a utilizzarlo per primo nel 1958 nel suo libro The Rise of Meritocracy 1870-2033 (L’avvento della meritocrazia), tradotto in italiano nel 1962 dalle edizioni di Comunite0 di Adriano Olivetti. Sociologo e attivista politico inglese, autore del manifesto che nel 1945 portf2 al successo elettorale il partito laburista e aprec la strada al governo di Clement Attlee, Young scelse il filone della letteratura utopica (e in questo caso si tratta di un’utopia negativa) per raffigurare gli esiti nefasti provocati in modo solo apparentemente paradossale dalla volonte0 di abolire i privilegi della nascita e della ricchezza. La narrazione e8 affidata a un sociologo, entusiasta paladino della “meritocrazia” e critico ironico delle posizioni di coloro che si ostinano a frenare l’avvento definitivo del nuovo ordine. Dietro quell’ironia c’e8 Young, che insinua nel lettore una serie di dubbi attraverso le lenti deformanti del suo detrattore. Il racconto si snoda nel corso di un secolo e mezzo, il lungo periodo nel quale alcune riforme fondate sull’eguaglianza delle opportunite0 – in particolare nel campo dell’istruzione – promuovono una selezione basata esclusivamente sull’intelligenza. Uno degli assi portanti del cambiamento e8 rappresentato dalla misurazione precoce delle capacite0, ispirata allo studio dei tempi e dei movimenti introdotto dai fautori dell’organizzazione scientifica del lavoro, a partire da Taylor. Questa metodologia selettiva trasforma gradualmente il sistema scolastico. L’istruzione non e8 pif9 impartita a tutti allo stesso modo, ma viene differenziata. I bambini sono indirizzati verso scuole diverse, organizzate gerarchicamente sulla base delle capacite0 individuali. Gradualmente, l’aristocrazia di nascita viene sostituita dall’“aristocrazia dell’ingegno”, e la stratificazione sociale si fa ancora pif9 netta, fino a che le tensioni create dal nuovo sistema sociale sfociano – nel 2033 – in una rivolta delle classi inferiori.L’ordine meritocratico e8 fondato sulla crescita economica: “La capacite0 di aumentare la produzione, direttamente o indirettamente, si chiama ‘intelligenza’ ( )” (p. 173). La canalizzazione dei bambini nel sistema di istruzione e8 precoce e rigida, l’educazione delle intelligenze e8 sostituita dalla loro misurazione e classificazione: “Gli uomini (…) si distinguono non per l’eguaglianza, ma per l’ineguaglianza delle loro doti. (…) A che pro abolire le ineguaglianze nell’istruzione se non per rivelare e rendere pif9 spiccate le ineluttabili ineguaglianze della natura?” (p. 122) E ancora: “L’assioma del pensiero moderno e8 che gli individui sono ineguali: e da esso discende il precetto morale che si debba dare a ciascuno una posizione nella vita proporzionata alla sua capacite0” (p. 123). L’intelligenza che viene incoraggiata e8 un’intelligenza utilitaristica, pratica, misurabile, e questa misurazione riproduce l’organizzazione e le gerarchie del modello industriale.Michael Young aveva scritto un libro contro la meritocrazia, si e8 ritrovato a essere considerato il suo teorico. Il termine da lui coniato e8 entrato nel vocabolario corrente e in quello politico con un’accezione positiva, ed e8 stato usato in modo acritico anche dalle forze politiche di sinistra. Poco prima di morire, Young affidf2 alle pagine di un giornale inglese una caustica lettera aperta a Tony Blair in cui accusava il leader laburista di averlo messo al centro dei suoi discorsi pubblici senza comprenderne i pericoli, e lo invitava a smettere di usarlo a sproposito (Down with Meritocracy, in “The Guardian”, 29 giugno 2001). Inutile dire che non fu ascoltato. Il progressivo capovolgimento di senso della parola da lui inventata e8 stato inarrestabile. Come spesso accade, questo slittamento e8 il risultato di una combinazione tra letture superficiali e stravolgimenti pianificati. Per cogliere questi meccanismi in azione e8 utile soffermarsi sul testo di Roger Abravanel intitolato Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese pif9 ricco e pif9 giusto (Garzanti 2008). Il libro e8 interessante non tanto per la riflessione teorica (quasi inesistente) ne9 per le proposte (davvero deboli), ma perche9 presenta una efficace sintesi di tutte le argomentazioni dei sostenitori del modello meritocratico.Abravanel non comprende la struttura narrativa del libro di Young. Vi scorge due narratori, uno “giovane ed entusiasta, che illustra i vantaggi della meritocrazia”, l’altro – che coinciderebbe con l’autore – “pif9 vecchio e pif9 saggio, che di tanto in tanto lancia qualche ‘siluro’ ironico” (p. 54). Forse colto (sia pure fugacemente) dal dubbio che Young non abbia scritto esattamente cif2 che a lui piacerebbe leggere, inventa una scissione narrativa inesistente per sterilizzare i dubbi che emergono anche dalla lettura pif9 superficiale del libro e confinarli nella mente di un anziano e pedante osservatore che paventa pericoli immaginari e rischia con il suo allarmismo di offuscare lo splendore della meritocrazia. Partendo da questi presupposti, Abravanel capovolge completamente le tesi del sociologo inglese, e le trasforma nel primo manifesto dell’ideologia meritocratica. La selezione precoce in ambito scolastico fondata sulla misurazione – tra gli obiettivi principali della polemica di Young – diventa uno dei fondamenti positivi del nuovo modello sociale: “Sessant’anni di ricerche psicosometriche e sociologiche hanno portato a ritenere che (le) capacite0 intellettive e caratteriali siano prevedibili, senza che sia necessario attendere la ‘selezione naturale’ della societe0” (p. 65). Abravanel non si interroga sul fatto che la valutazione possiede una dimensione sociale e – di conseguenza – non e8 neutrale, come ha evidenziato Nadia Urbinati (Il merito e l’uguaglianza, in “la Repubblica”, 27 novembre 2008). Aggira il problema liquidando in poche righe – con lo stile apodittico che caratterizza il libro – l’intero patrimonio della riflessione pedagogica internazionale a favore di teorie pseudoscientifiche riassunte con approssimazione e delle quali non cita quasi mai la fonte, per indirizzarsi con sicurezza verso una conclusione estremamente chiara (e cinica) dal punto di vista ideologico: “(…) ricerche approfondite evidenziano come la performance di un bambino di sette anni in lettura/scrittura offra un’ottima previsione del suo reddito a trentasette anni” (p. 83). In fondo e8 questo il succo del ragionamento dei “meritocratici”: la crescita economica come unico metro di giudizio (senza alcun interrogativo sulle componenti immateriali di tale crescita e sulla necessite0 di altri parametri di valutazione del benessere sociale), e il premio economico alla classe dirigente, ovvero ai depositari del merito. Il collante e8, inevitabilmente, il mercato: “La societe0 meritocratica e8 profondamente basata sugli incentivi per gli individui a competere, che sono l’essenza del libero mercato” (p. 67). Inutile rimarcare che ancora una volta il “libero mercato” viene usato come feticcio senza riflettere sulla sua esistenza reale e sulle conseguenze sociali derivanti da questa costruzione ideologica. Su un punto, perf2, l’autore si esprime con candida sincerite0, senza troppi giri di parole: “Nelle societe0 meritocratiche la diseguaglianza e8 giustificata dall’ideologia della meritocrazia (…)” (p. 62). E ancora: “(…) nelle societe0 meritocratiche la disuguaglianza sociale conta molto meno della mobilite0 sociale” (p. 109). Da qui a teorizzare la necessite0 di un sistema educativo diseguale il passo e8 breve: “In genere si ritiene che per assicurare eguaglianza di opportunite0 bisogna dare a tutti la stessa qualite0 di istruzione (…). Questo luogo comune e8 profondamente errato: dando a tutti la stessa educazione non si aumenta la mobilite0 sociale e il merito muore” (p. 256). Di conseguenza, “(…) e8 necessario passare dall’Istruzione all’Educazione, da ‘istruire tutti allo stesso modo’ a ‘educare secondo il potenziale di ciascuno’, dall’eguaglianza del livello di istruzione alle pari opportunite0 nel ricevere la migliore educazione” (p. 314).I ragionamenti di Abravanel e quelli dell’anonimo narratore di Rise of Meritocracy si sovrappongono perfettamente. Young aveva visto giusto, le sue non erano solo fantasie. Soprattutto, aveva intuito che le argomentazioni dei fautori della meritocrazia puntano diritto al cuore della democrazia. “La meritocrazia e8 (…) l’esatta antitesi della democrazia”, scriveva Cesare Mannucci nella prefazione all’edizione italiana del libro di Young, perche9 la scuola gerarchica su cui e8 fondato quel modello non e8 immaginata per insegnare la pluralite0 di culture e valori, ma per anticipare e inculcare le stratificazioni del sistema produttivo e finalizzare il sapere allo sviluppo economico. e8 un nodo esplorato anche da Bruno Trentin, che in un denso e lucido articolo (A proposito di merito, in “l’Unite0”, 13 luglio 2006) evidenziava come il concetto di merito sia sinonimo di obbedienza e dovere, perche9 presuppone una legittimazione discrezionale da parte di qualcuno che occupa una posizione gerarchica superiore, o esercita un potere politico. Criticando duramente la subalternite0 culturale della sinistra verso un concetto proprio del liberismo autoritario e la confusione dei linguaggi che ne discende, Trentin rivendicava il primato della conoscenza sul merito. Solo il sapere rappresenta un criterio equo di selezione del valore individuale, e quindi occorre renderlo disponibile per tutti. In questo modo ciascun individuo sare0 in grado di governare il proprio lavoro. e8 una prospettiva che concilia liberte0 e conoscenza, e lo fa per tutti, non solo per una ristretta e9lite tecnocratica.Eguaglianza e democrazia. Ecco cosa mette in gioco il concetto di meritocrazia. Non esprime il riscatto dall’ineguaglianza delle opportunite0, ma il suo aiotrcrno. Non si tratta di una sterile disquisizione lessicale. Meritocrazia e8 una parola densa di implicazioni sociali, una parola che traccia un discrimine e impone di scegliere da che parte stare, senza giocare sulle ambiguite0, senza camminare sul filo dei mille significati possibili laddove ce ne sono in realte0 ben pochi, chiari, coerenti, connotati ideologicamente e perfettamente riconoscibili.Mauro Boarelli a9 2009 Lo Straniero Contrasto due S.r.l. P. IVA / VAT 04876351000

    Fouzia scrive:

    Intrigante discussione e lcdiua logica di Rino, anche nel riconoscere la contraddittoriete0 della faccenda.Per parte mia aggiungo.1) Il merito non e8 affatto un concetto assoluto. Merito per chi e rispetto a cosa? Un esempio. Molti anni orsono lavoravo in banca. Un collega addetto alla borsa fu promosso per merito. Quale? L’aver appioppato ai clienti un cospicuo numero di azioni, in portafoglio della banca, di una societe0 che di lec a poco sarebbe clamorosamente fallita , e le azioni diventate carta straccia. Merito per la banca, senza dubbio, ma demerito per i clienti turlupinati. Lo stesso per i bond argentini o quelli parmalat. Cosec come merito e8 quello del manager che tagliando posti di lavoro, disgregando pezzi di aziende, comprando e vendendo, fa guadagnare gli azionisti e se stesso, ma nuoce alla collettivite0 dei lavoratori (vedasi il film Wall Street, con Miachael Douglas).2) Rino ha gie0 dimostrato che la meritocrazia perfetta non puf2 esistere, come il mercato perfetto. Ma ammettiamo che lo fosse e si realizzasse una mobilite0 sociale assoluta in base al merito, che a sua volta fosse oggettivamente definibile. Cambierebbe molto a livello dei singoli, certo. Non esiterebbero pif9 gli ottimati , le caste comunque definite, e questo e8 bene. Ma sul piano del funzionamento sociale complessivo?Se la societe0 e8 piramidale (mai vista una societe0 che non lo sia), necessariamente i posti al vertice saranno x, quelli immediatamente sotto saranno x+1 e cosec via fino alla base. Ne discende che qualsiasi sia il metodo di selezione, molti saranno esclusi, pochi promossi. La realte0 della stratificazione come meccanismo di funzionamento della societe0 si riproporrebbe comunque inalterata nella sua struttura. L’uguaglianza di opportunite0, ripeto benvenuta, non cambia nulla da questo punto di vista. E poi, ineluttabilmente, i promossi farebbero ovviamente di tutto per mantenere se stessi e i propri figli al vertice.Dunque: il concetto di merito dipende dai punti di vista e da chi ha il potere culturale di definirlo e proporlo come un fatto oggettivo. Le caste cristallizzano la nascita, ed e8 un male. La mobilite0 sociale perfetta e8 utopia ma anche quando si realizzasse, a parte che tenderebbe immediatamente a una nuova e diversa cristallizzazione, non cambierebbe la struttura della societe0, la quale e8 sempre stata di tipo piramidale e dove l’uguaglianza assoluta non e8 meno utopica della mobilite0 sociale assoluta.Sembra un busillis da cui e8 impossibile uscire, e sicuramente e8 cosec se il traguardo e8 la societe0 perfetta, la quale presuppone l’uomo perfetto. Ogni tentativo di costruirlo si e8 risolto nel suo opposto e in tragedia. Non rimane, aime8, che prendere atto di tutto questo e cercare di limitare i danni. Come? Riconoscendo l’imperfezione umana e cercando di far si che gli strati dirigenti, comunque selezionati, abbiano coscienza, oltre che di essere pif9 privilegiati che meritevoli, di avere una grande responsabilite0 verso la comunite0. Non pretendo in un comportamento ascetico, che e8 dei santi e non degli uomini, ma l’atteggiamento di chi si ritenga non un proprietario assoluto di cif2 che ha ed e8, quanto piuttosto l’usufruttuario di cif2 che non e8 suo ma di tutti, che a tutti deve rendere conto e a tutti deve prima o poi restituire conservato al meglio e possibilmente migliorato.Altro non so dire.armando

    Peyton scrive:

    Review by Robert Graves for Rating: Yeah, I know it’s a little more money than the knock-off PC colens from Dell and Gateway, but this is a far superior computer. The Mac platform is not only the most powerful one available, it is also the simplest and most versatile once you learn it. The 15-inch is the perfect size for me. I looked at both the 12 and 17-inch models and felt they were a little too small/big respectively. There is something attractive about the 12 inch a friend of mine has one and he carries it around everywhere, able to write anywhere anytime. And seated at a desk the 17-inch is also attractive, presenting a massive, bright screen to work on. But all in all, the 15-inch provides the best both worlds. It’s very portable maybe not as easy to tug along as the 12-inch, but certainly manageable with a small backpack. The 17-inch can be problematic on a plane if there are people crowding you, and it’s certainly cumbersome to maneuver in tight spaces, whereas the 12-inch is easy to maneuver but can cause a little eyestrain from a distance.I definitely recommend a Mac, first of all, and within that I recommend the 15-inch G4 notebook. If you must have a 12-inch, you might take a look at the 12-inch iBook, which is cheaper but obviously not as feature rich (the iBook’s graphics card is not as powerful and the processor is slower, most notably).The complaints I have are exterior the computer doesn’t age well (i.e., it nicks and scratches rather easily) and there should be some sort of elevation device to raise the back end while typing (like the older Powerbooks had).All in all you can’t go wrong with any Apple laptop you choose. They are truly making the digital life a reality with all of their integrated software iTunes, iPhoto, iSight, and the iPod are particularly cool. No other laptop will have an operating system with so many fantastic programs that are so perfectly integrated together. If this is remotely in your price range, go for it. It can literally change the way you operate on a day-to-day basis.

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